“Sistema Design Italia” : La necessità di un rinnovamento

aprile 05, 2013  |   News   |     |   0 Comment

Il design italiano ha insegnato al Mondo attraverso le produzioni una disciplina progettuale con un Dna irreplicabile, tutto questo grazie anche ad aziende che hanno investito nella ricerca e nella sperimentazione di nuovi linguaggi delle forme e di una innovazione del prodotto.Il trentennio 50’, 60’ e 70’ ha sfornato un design intelligente e duraturo e a volte precursore di stili di vita, il Mondo intero ci invidiava quella creatività ingegnosa cercando di acquisire la “ricetta magica italiana”, ricordo bene quando i nuovi designers giapponesi invadevano gli studi di design italiani per fare una sorta di pratica ma allo stesso tempo per assimilare il nostro Dna progettuale, molti di questi divennero poi grandi designers nel loro Paese spesso a capo di importanti Centri Stile di industrie.

Tutto ciò è sfociato negli anni 80’ con l’apice del successo del design Made in Italy, complice una economia industriale rigogliosa che poneva il design quale fulcro progettuale dello sviluppo produttivo e ne seguiva fedelmente le indicazioni.Parallelamente a questi anni anche l’Associazione Disegno Industriale cresceva sia come numero di soci e sia come dibattito al proprio interno basato sullo sviluppo della cultura e cercando di affermarsi internazionalmente attraverso la realizzazione di numerose mostre di design, una Associazione talvolta influenzata dai colori politici ma sempre lontana da questi poteri.

Intanto il design cresceva, il coronamento del grande sogno di realizzare una Facoltà del Disegno Industriale si avvera, scuole di design private che si sviluppano a ritmo serrante, un Mondo intero che guarda all’Italia come modello di design, nel frattempo qualcuno cominciava a dire di fare attenzione a due aspetti strategici, il rilascio semplice del nostro know-how, e la promozione del design italiano basata solo ed esclusivamente sulla storia mentre altri Paese cominciavano a proporre nuove strategie e nuove sperimentazioni spesso finanziate dai propri governi attraverso la creazioni di Centri Culturali del design.

Ma noi fieri, spesso presuntuosi, del nostro sapere e della nostra posizione dominante non pensavamo minimamente a ciò e nemmeno a creare una nuova generazione capace di innovare il “Sistema Design Italia”. Ricordo che più volte all’Adi avevo sollecitato e messo in evidenza che ci voleva un cambiamento di rotta, ma ovviamente quale giovane socio venivo snobbato costantemente. Intanto l’ Adi diventava un apparato burocratico e organizzativo complesso e dispersivo attraverso la costituzione delle delegazioni territoriali, un modello che a mio giudizio non poteva altro che essere peggiorativo basandosi su un numero di soci che non giustificavano una simile frammentazione.

E cosi il grande design comincia a coltivare il proprio orticello individualmente rivolto solo allo sviluppo del proprio business con le proprie strategie commerciali senza comprendere che questo avrebbe significato la morte di una cultura universalmente riconosciuta. Ma ogni anno abbiamo la autocelebrazione del Salone del Mobile, una rassegna di centinaia di prodotti disegnati da chiunque, molti dei quali poi non avranno futuro su un Mercato di grande competizione, e ogni anno sorrido vedendo la frenesia che si crea attorno ad una seggiolina o ad un mobiletto, che dal punto di vista creativo sono certamente interessanti ma non rappresentano una cultura di progetto del design industriale, nostro vero patrimonio.Il vero design industriale è quello dove il designer deve scontrarsi con vincoli di produzione, vincoli tecnici, vincoli di investimenti, materiali etc etc….dove la creatività deve fare sforzi immensi per generare innovazione formale rispettando una griglia complessa di vincoli, questa è la vera espressione del nostro design industriale italiano.

Mio padre ha rappresentato un esempio di produzione progettuale di impressionanti dimensioni sia quantitativamente ma soprattutto per le svariate tipologie di prodotti, ha dato un esempio raro di come il design possa essere applicato a tutto anche a prodotti che apparentemente non necessitano di ciò, un esempio per tutti le macchine utensili della Olivetti OCN. Ma ancora oggi a Rodolfo Bonetto non è stato riconosciuto il lavoro che ha fatto sia progettuale che culturale, e a distanza di 22 anni dalla sua scomparsa ho compreso che Milano non ha mai amato mio padre e non lo ama neanche dopo la sua morte. Forse perché lui non ha mai voluto fare parte dei cosiddetti “salotti milanesi” o degli intellettuali del design, ne tantomeno di un colore politico.

Questo è un esempio di come il nostro Paese non riconosca la meritocrazia e non voglia comprendere che è finita un epoca e se ne è aperta un’altra. Ancora oggi io continuo a rappresentare nel Mondo il design italiano attraverso molteplici progetti, vedo come altri Paesi si sono organizzati nel design e comprendo che  il design italiano non gioca più quella leadership tanto invidiata.

Non è un errore delle persone che si sono succedute alla guida dell’Adi, è un errore di tutti che non hanno compreso il reale momento di cambiare rotta, oggi i modelli rappresentativi sono altri, le strategie vanno fatte con orizzonti planetari e non nazionali, non è più una questione di rubare il progettino al concorrente e una questione di sopravvivenza del “Sistema Design Italia” nel Mondo.

I sistemi di comunicazione e promozione sono cambiati, i popoli si sono evoluti, i mercati non hanno più riferimenti chiari, i prodotti hanno accorciato drasticamente la vita sul mercato generando un consumismo sfrenato che oggi si infrange su nuove economie ridotte e su nuove povertà, ma in tutto questo l’essere umano ha ancora bisogno di sognare di avere emozioni e in questo il nostro design potrebbe avviare una nuova cultura progettuale.

Per troppo tempo siamo rimasti ostaggi di un marketing fallimentare e di logiche industriali che guardano solo ed esclusivamente a produrre al minor costo possibile con investimenti ridotti senza considerare l’emotività del uomo, non riusciamo più a trasmettere all’industria una cultura nuova di progetto perché non l’abbiamo più creata.

Oggi la gente è molto concreta, non è più disposta a cambiare auto o frigorifero spesso come in passato, vuole un prodotto duraturo ma soprattutto vuole un prodotto che incarni il suo sogno e che gli trasmetta quella emozione particolare che lo rende felice, ance solo per pochi attimi.

Ha ragione il mio amico Angelo Cortesi che in una recente definizione dice “noi produciamo felicità”, in questa affermazione è racchiusa l’essenza del design oggi. Non parliamo più di minimalismo o di razionalismo, parliamo di una nuova cultura del design nel senso più ampio e moderno in grado di affermarsi nei nuovi scenari mondiali.

Se non ci rendiamo consapevoli di ciò che ho esposto e continueremo a basarci su un modello “tradizionale” il design italiano è destinato a scomparire nei prossimi 20 anni, inghiottito da nuovi modelli culturali e progettuali che stanno crescendo in altre Nazioni.

M. Bonetto

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